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Il fisioterapista. Il segreto di Scintu, “guru” dei ginnasti

Lo storico fisioterapista delle nazionali di ginnastica artistica: «Curo il fisico ma anche la psiche, per un ginnasta testa e disciplina sono fondamentali. Così tanti sacrifici meritano più soldi» ()

Otto Olimpiadi alle spalle e una davanti ( Tokyo), coronavirus permettendo. Non si contano invece campionati mondiali ed europei, compresi i prossimi (quelli femminili a Parigi dal 30 aprile al 3 maggio e quelli maschili a Baku, in Azerbaigian, dal 27 al 31 maggio), con la provvidenziale presenza di Salvatore Scintu deus ex machina delle nostre nazionali di ginnastica artistica. È “Salva” a salvare con quei bendaggi che nessun altro sa imitare, che rimette le ali ai movimenti prima di un corpo libero, che cura e lenisce muscoli e che rialza morali a terra tra parallele, travi, anelli e cavalli. Una vocazione alla cura lenta e paziente maturata prestissimo. «Avevo cinque anni quando mi hanno ricoverato in ospedale a causa di continue coliche. Ricordo questi cameroni con decine di persone allettate – ci racconta in tuta azzurra della nazionale, al centro federale di Milano –. Vispo com’ero aiutavo tutti i degenti del reparto e fu allora che decisi che avrei assistito le persone ammalate. Ero bravo in disegno, vinsi anche qualche piccolo concorso e mio padre pensava che avrei fatto una scuola artistica. Invece no, tanto che al posto del militare volevo prestare servizio in un lebbrosario. Feci persino domanda, ma mia mamma mi supplicò di non andare. Intanto a 15 anni avevo già lasciato la mia Sardegna per sostenere un test attitudinale da infermiere a Milano e andai a Niguarda. Fu quella la prima palestra per la mia futura attività nel mondo dello sport. Devo tutto al fatto di essere stato anzitutto infermiere. È l’esperienza ospedaliera la base della mia professionalità».

Che cosa le hanno insegnato corsie e reparti?

Il contatto diretto con l’ammalato e la conoscenza del corpo umano. Aver fatto tanto tirocinio come infermiere nei vari reparti, da medicina a chirurgia, mi ha permesso di toccare con mano ogni aspetto sanitario. La fisiologia e l’anatomia non le ho solo studiate a tavolino. La vera conoscenza è empirica, oltre che teorica. Poi ho studiato medicina dello sport, ma grazie alla mia esperienza pratica ospedaliera avevo una visione più ampia e complessiva del corpo umano rispetto ad altri corsisti, molti dei quali si tramandavano la disciplina di padre in figlio. Credo proprio che tra tutti gli sport la ginnastica artistica sia quella in cui la corporeità è espressa più pienamente».

Che caratteristiche ha rispetto ad altre discipline?

Intanto il fatto che la ginnastica artistica debba essere praticata fin da piccoli. Questo perché è finalizzata a un fondamentale e primario sviluppo delle capacità spazio-temporali. Per conoscere il proprio corpo non c’è sport migliore. Il nuoto, per esempio, benché venga cosiderato completo è però praticato a gravità ridotta. Il tennis, facendo un altro esempio, è un sport asimmetrico. Uno sport che prevede atlete bambine significa che queste svolgono attività motoria con un corpo che giorno dopo giorno è diverso, si modifica. Allora è importante che ci siano professionisti che le sappiano trattare. Allenatori e fisioterapisti».

Quando cominciò il suo dietro le quinte?

Nel 1984 al Centro federale di ginnastica artistica cercavano un terapista, ai tempi non avevano nessuna struttura sanitaria. Il primo a capire che era necessario un contributo di carattere medico sportivo è stato Paolo Pedrotti. In quel periodo io ero a Niguarda dove nel reparto di fisioterapia venivano tutti i campioni dell’epoca, da Rivera e Mazzola ai cestisti di Xerox e Billy Milano, dai rugbysti ai piloti di Formula 1. Non c’era ancora una specializzazione disciplinare. Così fui contattato da Pedrotti, che allora era responsabile della nazionale maschile, e cominciai a dedicarmi come fisioterapista ai ginnasti: Jury Chechi, Paolo Bucci, Ruggero Rossato, Boris Preti... Ricordo il dramma di Federico Chiarugi, toscano come Chechi. Rimase paralizzato per una lesione midollare a causa di un incidente durante un esercizio. Fu ridotto in carrozzina e poi morì.

La ginnastica artistica è annoverata tra gli sport estremi...

Tutti gli sport sono traumatici. La ginnastica artistica semmai rispetto ad altre è una disciplina molto tecnica. E poi oltre che individuale è uno sport che provilegia molto il gruppo. Le ginnaste, in particolare, condividono molto il senso del sacrificio e della dedizione. Crescono in un certo modo, non c’è cattiveria e invidia, si sviluppa lo spirito di squadra proprio perché sotto c’è un grande spirito di sacrificio. Il problema è che i centri di eccellenza sono pochi, le ragazze devono trasferirsi, si fanno grandi sacrifici economici. Si accetta di stare lontani dalla famiglia solo perché si è animati da una grande passione. E tutta la famiglia si sacrifica. Ma di ginnastica artistica non si vive. I guadagni sono nulli rispetto ad altri sport. Ma i campioni di ginnastica sono atleti eccezionali. E purtroppo qui ho un grande rimpianto che è anche un immenso dolore».

A chi si riferisce?

Ad Andrea Massucchi, una promessa della nostra ginnastica. L’avevo sentito al telefono mezz’ora prima che morisse in quel maledetto incidente (la sera del 16 novembre 1997, sull’autostrada Milano-Torino, ndr). Avrebbe dovuto venire da me l’indomani per dei trattamenti. Era davvero fortissimo: anelli, corpo libero, volteggio, dove aveva vinto l’argento ai mondiali di Portorico. Era molto più giovane di Jury Chechi e strutturalmente era una forza della natura».

Ma che cosa serve a un ginnasta oltre al fisico e all’abilità tecnico- atletica?

Per fare il ginnasta a certi livelli ci vuole anche la testa. Darsi delle regole, avere una grande disciplina. Vale in tutti gli sport ma nella ginnastica artistica in modo davvero particolare perché serve una dedizione costante, allenamenti incessanti, senza sosta. In un giorno o due puoi perdere quanto conquistato in un mese».

Lei è anche un confidente dei ginnasti?

Certo, ho un ruolo molto delicato. Perché non curo soltanto l’aspetto fisico ma anche quello psicologico e morale. Dei maschi come delle ragazze. Quindi è inevitabile che tante cose non le potrò mai raccontare a nessuno. Fanno parte della sfera intima, non si possono rendere pubbliche. Anche i cosiddetti anedotti, che tanto piacciono ai giornalisti, sono spesso cose personali che vanno talvolta a toccare l’aspetto della cura. Così si cerca di camuffarle. A volte diciamo che un determinato calo di rendimento è per colpa di un tendine mentre invece è per una dieta sbagliata. Sono segreti. E ogni impresa sportiva in fondo è un segreto. Perché le conoscenze del fisioterapista riguardano il corpo, la mente e il cuore.

Uscito su "L'Avvenire"


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